La trasformazione digitale della Pubblica amministrazione rappresenta una delle principali sfide per il Paese. Negli ultimi…

Google Wallet ID Pass: il futuro dei documenti su smartphone tra pubblico e privato
Entro l’estate del 2026, l’Italia accoglierà una novità tecnologica di grande rilievo: l’ID Pass di Google Wallet. Questa funzione permetterà a chiunque di salvare una versione digitale del proprio documento d’identità, basata sul passaporto, direttamente sul proprio smartphone. Il processo di attivazione richiederà di fotografare il documento, scansionare il chip NFC e confermare la propria identità tramite un video-selfie. Un aspetto rilevante sul fronte della sicurezza, sottolineato dalla stessa azienda, è che il documento digitale verrà cifrato e conservato localmente sul dispositivo dell’utente, senza essere caricato sul cloud.
Il portafoglio digitale
Per comprendere la portata di questa innovazione, è utile chiarire cosa sia esattamente un “Wallet”, o portafoglio digitale. Nel mondo digitale, un wallet è uno strumento dinamico per conservare in modo sicuro attributi personali e certificati digitali (documenti di identità, patente, tessera sanitaria, etc.), per effettuare pagamenti online e per firmare elettronicamente un documento.
Il grande vantaggio di questo strumento è la “divulgazione selettiva” (o selective disclosure): permette al cittadino di decidere in totale autonomia quali dati condividere di volta in volta. Ad esempio, sarà possibile dimostrare di essere maggiorenni per l’accesso a un servizio online o a un locale, senza dover rivelare informazioni in eccesso come il proprio indirizzo o la data di nascita esatta.
Il wallet pubblico
Mentre il mercato privato avanza rapidamente, il settore pubblico sta vivendo una profonda e parallela trasformazione. In Italia abbiamo già fatto un primo passo con l’App IO, che ospita la funzionalità “Documenti su IO“, permettendo di avere sullo smartphone la patente di guida, la tessera sanitaria e la carta della disabilità e probabilmente molto altro in futuro. Questo progetto rappresenta l’ossatura dell’IT Wallet italiano, che si inserisce a sua volta nella più grande visione del Portafoglio europeo di identità digitale (EUDI Wallet). L’obiettivo dell’Unione Europea è offrire un’infrastruttura condivisa, sicura e valida in tutti gli Stati membri.
Il mercato privato
La mossa di Google non rappresenta un caso isolato. Le grandi piattaforme tecnologiche globali (Big Tech) stanno progressivamente trasformando i nostri account in vere e proprie chiavi di accesso universali, unendo pagamenti e gestione dei documenti. Guardando al mercato privato europeo, esistono già da anni piattaforme molto diffuse che fungono da wallet d’identità: basti pensare a soluzioni come il sistema itsme in Belgio o BankID in Svezia e nei Paesi nordici ma anche ad accordi che Apple ha già siglato con alcuni governi.
Il nodo della sovranità del dato
L’arrivo di così tanti strumenti solleva un dubbio del tutto naturale: per gestire la nostra identità e i nostri dati più intimi, è meglio affidarsi al mercato privato o a un’istituzione pubblica?
Entrambe le strade presentano pro e contro. I wallet privati eccellono per comodità, innovazione e un’integrazione perfetta negli smartphone che usiamo ogni giorno. Tuttavia, strumenti privati come l’ID Pass sono utili per la verifica dell’età o per specifici servizi, ma attualmente non sostituiscono il documento d’identità fisico per gli adempimenti richiesti dalla legge. I wallet istituzionali, al contrario, nascono con una garanzia di legittimità e valore legale assicurata dallo Stato. Il modello pubblico italiano ed europeo è stato progettato esplicitamente per garantire la “sovranità del dato”, assicurando che le informazioni dei cittadini non vengano commercializzate o trattenute per profitto in ecosistemi chiusi.
La bilancia della fiducia, per ora, sembra pendere verso le istituzioni: secondo i dati dell’Osservatorio Digital Identity, quasi la metà degli italiani (il 49%) ritiene che il Governo sia il soggetto più adatto a fornire un wallet per l’identità digitale, contro un residuale 5% che preferisce affidarsi alle Big Tech. Il futuro, in ogni caso, sarà probabilmente all’insegna della coesistenza tra le due anime: al cittadino resterà la libertà di scegliere lo strumento più adatto, bilanciando l’estrema praticità offerta dal mercato con le tutele normative e legali assicurate dallo Stato.
Un chiarimento normativo necessario
Un punto essenziale, spesso sottovalutato nel dibattito sui wallet digitali, è la distinzione tra il Wallet europeo previsto dal regolamento eIDAS, il PID e i più generici strumenti di conservazione digitale dei documenti. Il PID, cioè l’insieme dei dati che consente di identificare una persona, non è un semplice documento caricato su uno smartphone, ma è una credenziale di identità emessa nell’ambito di un ecosistema regolato, secondo requisiti di garanzia elevati e sotto la responsabilità dello Stato membro. Il wallet che la contiene, pubblico o anche privato se riconosciuto e certificato secondo le regole europee, non “crea” l’identità, ma ne assicura la conservazione, la protezione e la presentazione sicura nei casi d’uso previsti.
Per questo occorre evitare di confondere l’EUDI Wallet con altre soluzioni di mercato, come i wallet commerciali, o con funzionalità nazionali di prima dematerializzazione dei documenti: in questi casi la validità giuridica e gli scenari di utilizzo dipendono dal quadro normativo, dal soggetto che rende disponibili i dati, dal livello di certificazione della soluzione e dall’accettazione da parte dei soggetti chiamati a verificarli. Nel caso analizzato, dove un’azienda Big Tech mette a disposizione il passaporto digitale dei cittadini nel proprio wallet privato, queste informazioni sono ancora da chiarire.
