di Paola Consonni e Giuseppe Aquino Quando i servizi online non funzionano correttamente o le…

Perché a volte sembra che il telefono ci ascolti? Come funziona la pubblicità online
Avete mai avuto l’impressione che il vostro telefono vi stia spiando? Parlate con un amico di scarpe da trekking e pochi minuti dopo, su una piattaforma social che state usando, compare la pubblicità esatta di quelle scarpe. Coincidenza? Suggestione? Oppure davvero il microfono del cellulare è sempre acceso?
La verità sta da un’altra parte; più invisibile, più banale e forse proprio per questo più inquietante. Il nostro comportamento digitale (tap, scroll, ogni sosta davanti a un post, etc.) viene osservato, registrato e tradotto in un profilo.
La profilazione invisibile
Per capire come funziona la pubblicità online, bisogna dimenticare l’idea del “microfono-spia” e guardare alla realtà dei fatti: non c’è bisogno di ascoltarci, perché diciamo già moltissimo con ciò che facciamo online.
Ogni volta che navighiamo su un sito, scarichiamo un’applicazione o accettiamo i famigerati cookie, lasciamo dietro di noi una scia di dati. Questi dati, spesso raccolti da aziende terze (i cosiddetti tracker), costruiscono un vero e proprio profilo comportamentale: interessi, età, stile di vita, stato civile, abitudini d’acquisto, orientamento politico.
Non serve dichiarare “sto cercando un paio di scarpe da trekking”; basta visitare un paio di siti di escursionismo, cliccare su un video di un influencer e avere installato un’app per il mondo outdoor. Il sistema ha già capito.
App, social e pubblicità: un triangolo perfetto
Ogni app che usiamo può essere una piccola finestra sulla nostra vita digitale e analogica e raccogliere informazioni sulle nostre preferenze. A volte è sufficiente avere due app installate che condividono lo stesso identificatore pubblicitario per mettere insieme i pezzi del puzzle: chi siamo, dove andiamo, cosa ci piace. Si alimenta così un ecosistema pubblicitario interconnesso e potenzialmente invasivo.
“Mi ascoltano davvero?”
Il sospetto che il telefono ci ascolti nasce da esperienze reali, ma spesso si tratta di una combinazione di fattori:
- tendiamo a notare ciò che conferma le nostre paure
- la profilazione predittiva e gli algoritmi ci conoscono meglio di quanto crediamo
- spesso siamo geolocalizzati e inconsapevolmente interconnessi in rete (condividiamo Wi-Fi, contatti, luoghi con altre persone)
Immaginate due amici che si incontrano spesso, condividono una rete e frequentano gli stessi luoghi. È sufficiente che uno dei due ricerchi un prodotto perché l’altro riceva pubblicità simili. Niente microfoni, ma solo dati incrociati.
Cosa dice la legge
In Europa, il Regolamento generale sulla protezione dei dati (GDPR) impone il principio del consenso informato: se un sito o un’app vuole raccogliere dati a fini pubblicitari, deve chiederci il permesso. Spesso quel permesso lo diamo con un click veloce su “Accetta tutto”, evitando di leggere lunghe informative.
Il Regolamento ePrivacy, ancora in discussione, dovrebbe rafforzare la protezione della nostra vita digitale. Nuove normative come il Digital Markets Act (DMA) aumenteranno ulteriormente l’attenzione su questi temi.
Ma per ora, la legge da sola non basta: serve anche la consapevolezza nei cittadini che sono sempre più interconnessi in rete.
Ma è davvero un problema?
Qualcuno potrebbe obiettare “A me la pubblicità personalizzata piace, vedo cose che mi interessano” e questo può essere vero perchè la pubblicità mirata può essere comoda, utile e perfino conveniente: ci mostra offerte vicine ai nostri gusti, ci fa risparmiare tempo, a volte anche soldi.
Ma il problema non è quello che ci viene mostrato, ma tutto quello che viene raccolto, analizzato e previsto senza che ne siamo davvero consapevoli. Ogni preferenza espressa, ogni esitazione davanti a un annuncio, ogni interazione digitale può essere usata per costruire una versione “digitale” di noi stessi, che non controlliamo totalmente.
Più quel profilo diventa accurato, più potrà essere usato non solo per vendere, ma per orientare consumi, opinioni, scelte di vita.
Conclusioni
Il nostro tempo online ha un valore economico. La pubblicità, per quanto invasiva, è spesso il prezzo che paghiamo per servizi gratuiti. Sapere come funziona il sistema, e quali strumenti abbiamo, è il primo passo per mantenere il controllo della nostra identità digitale.
Non serve diventare paranoici o smettere di usare internet, qualche accorgimento può aiutarci a usare la rete in modo più consapevole:
- evitare di fare login social su app o siti poco noti
- rifiutare i cookie non essenziali, quando possibile
- resettare periodicamente l’ID pubblicitario del proprio smartphone
- usare browser con protezione anti-tracking
- limitare le autorizzazioni delle app
- Informarsi con strumenti come YourOnlineChoices che permettono di gestire le preferenze pubblicitarie
