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Come innovazione e competenze stanno trasformando i Comuni: il punto di vista di Antonella Galdi

La trasformazione digitale della Pubblica amministrazione rappresenta una delle principali sfide per il Paese. Negli ultimi anni, grazie agli investimenti del Piano nazionale di ripresa e resilienza (PNRR) e all’evoluzione delle strategie nazionali ed europee, i Comuni hanno avviato un importante percorso di innovazione che sta modificando profondamente il modo di progettare ed erogare i servizi pubblici. 

La digitalizzazione, tuttavia, non coincide con la semplice introduzione di nuove tecnologie. Significa lavorare su organizzazione, competenze, processi e modalità di relazione con cittadini e imprese, affrontando al tempo stesso criticità strutturali quali la carenza di personale qualificato, il ricambio generazionale, la sostenibilità economica degli investimenti e il divario tra territori. 

In questo scenario, l’Associazione Nazionale Comuni Italiani (ANCI) svolge un ruolo di primo piano nel supportare i Comuni nel percorso di innovazione, promuovendo iniziative di formazione, accompagnamento e sviluppo di modelli organizzativi capaci di rendere la trasformazione digitale sostenibile e inclusiva. 

Per approfondire queste tematiche abbiamo intervistato Antonella Galdi, Responsabile dell’Area innovazione tecnologica, cultura, politiche giovanili, mobilità sostenibile, trasporto pubblico locale, transizione energetica e statistica di ANCI, con la quale abbiamo affrontato le principali sfide che attendono gli enti locali nel raggiungimento degli obiettivi del Decennio digitale europeo, il ruolo delle competenze, dell’intelligenza artificiale e della collaborazione tra istituzioni e territori nella costruzione della Pubblica amministrazione del futuro. 

I Comuni sono l’amministrazione più vicina ai cittadini, ma stanno vivendo una trasformazione profonda: riduzione e ricambio del personale, nuove competenze richieste, pressione sull’attuazione dei progetti digitali e aspettative crescenti da parte delle comunità. Qual è, dal punto di vista di ANCI, il cambiamento organizzativo più urgente che i Comuni devono affrontare per continuare a garantire servizi pubblici efficaci e accessibili?

Partiamo dal principio che il problema più grande non è la tecnologia. I Comuni hanno avuto accesso a piattaforme, fondi e strumenti digitali, grazie anche all’eccezionale spinta fornita dal PNRR. Il vero nodo è che, per ragioni di contesto e vincoli normativi, gli enti non hanno la possibilità di avere le persone giuste, con le competenze giuste, al posto giusto. 

Il sistema dei Comuni presenta fragilità strutturali che non possono essere ignorate, pena il rischio di vanificare gli investimenti effettuati e di ampliare ulteriormente il divario già esistente tra realtà territoriali diverse. 

La prima e più critica fragilità riguarda le competenze del personale. La carenza di professionalità digitali all’interno degli uffici comunali costituisce un ostacolo trasversale, che riguarda sia i piccoli sia i grandi enti, sebbene con intensità diverse. A ciò si aggiunge il progressivo depauperamento quantitativo degli organici, l’innalzamento dell’età media del personale e la ridotta attrattività dell’impiego pubblico locale per i profili più qualificati. 

Tre cose quindi, a nostro giudizio, non possono più aspettare. 

Formazione continua

La riduzione degli organici, combinata con il massiccio pensionamento di figure con competenze tradizionali, impone la costruzione sistematica di percorsi formativi sulle competenze digitali, giuridiche e di project management. Percorsi di formazione concreti (non corsi generici, ma aggiornamenti mirati su ciò che serve davvero) sono indispensabili. Consapevole della crucialità di questo aspetto l’ANCI, insieme al Dipartimento per la trasformazione digitale della Presidenza del Consiglio dei ministri, ha realizzato l’Accademia dei Comuni Digitali, un’offerta formativa sulle priorità indotte dalla trasformazione digitale degli enti dedicata al personale comunale, completamente gratuita che conta già oltre 10.000 dipendenti comunali iscritti e offre più di 50 corsi gratuiti in sei aree tematiche. Anche il Syllabus del Dipartimento della funzione pubblica ha contribuito a strutturare percorsi formativi più sistematici. Si tratta però di sforzi ancora insufficienti rispetto alla scala del problema. 

Transizione digitale

La figura del Responsabile per la transizione digitale (RTD) è presente nel 65% dei Comuni, ma nella quasi totalità dei casi si tratta di una figura con un doppio incarico: solo nell’8,5% degli enti esiste un RTD a tempo pieno e dedicato. Nella maggior parte dei casi si tratta di un adempimento normativo, mentre deve diventare qualcuno che guida davvero i progetti digitali, che parla con i fornitori, che motiva i colleghi. Un punto di riferimento, non un adempimento burocratico. 

Modelli associativi e di condivisione tra Comuni

Per i Comuni di minore dimensione demografica, l’aggregazione attraverso Unioni, convenzioni e Centri servizi territoriali rappresenta la risposta più efficace alla scarsità di risorse specialistiche. ANCI sostiene attivamente lo sviluppo di questi modelli, che consentono economie di scala nella gestione dei sistemi ICT e nell’erogazione dei servizi. 

Un Comune di duemila abitanti non può permettersi un esperto di cybersicurezza, un data analyst o un project manager. Ma se fa rete con altri il problema può essere superato più facilmente.  

La profonda eterogeneità dei Comuni italiani, 7.894 entità molto diverse tra loro per dimensione demografica, capacità organizzativa, risorse disponibili e posizione geografica, impone delle scelte. I Comuni di maggiori dimensioni e le Città metropolitane dispongono di strutture organizzative articolate e di risorse per gestire l’innovazione in modo autonomo. I Comuni più piccoli (che rappresentano la maggioranza assoluta) sono spesso privi degli strumenti minimi per farlo. Senza politiche differenziate e meccanismi permanenti di supporto, il rischio è quello di consolidare un digital divide istituzionale che si rifletterebbe inevitabilmente in un digital divide territoriale per i cittadini. 

In sintesi, il cambiamento organizzativo più urgente non è di natura tecnologica, ma culturale e strutturale: occorre trasformare le amministrazioni comunali in organizzazioni capaci di apprendere, adattarsi e co-progettare con i cittadini i servizi del futuro digitale. 

La roadmap del Decennio Digitale europeo fissa obiettivi ambiziosi al 2030 su competenze, infrastrutture, imprese e servizi pubblici digitali. L’Italia ha compiuto progressi significativi, in particolare nella digitalizzazione dei servizi pubblici, ma permangono criticità. A che punto siamo oggi, e quale ruolo possono giocare concretamente i Comuni nel contribuire al raggiungimento degli obiettivi nazionali ed europei? 

Negli ultimi anni, e in particolare nell’ultimo quinquennio, il sistema comunale ha registrato un’accelerazione significativa, resa possibile dalla convergenza di due fattori principali. Da un lato, si è consolidata una maggiore stabilità delle strategie nazionali di settore: il Piano triennale per l’informatica nella Pubblica amministrazione, la Strategia cloud, la recente Strategia nazionale sull’intelligenza artificiale e le relative piattaforme abilitanti (ANPR, SPID, CIE, PDND e SEND) hanno offerto un quadro di riferimento chiaro e condiviso, entro cui anche le realtà più piccole hanno potuto orientarsi. Dall’altro, le risorse straordinarie del PNRR hanno impresso un impulso senza precedenti: solo gli investimenti della Missione 1, Componente 1 destinati ai Comuni ammontano a oltre 2 miliardi di euro. 

In base alla rilevazione La mappa dei comuni digitali, realizzata da ANCI sempre in collaborazione con il Dipartimento per la trasformazione digitale, che ha visto la partecipazione di oltre 4.000 Comuni, i risultati concreti di questa spinta sono misurabili e significativi. Il 96% dei Comuni ha completato la migrazione al cloud delle componenti inserite nei progetti PNRR; l’83% ha rinnovato (o sta rinnovando)cil proprio sito web secondo le linee guida nazionali; il 97% espone servizi digitali su AppIO; il 75% ha completamente digitalizzato delibere e determinazioni; il 73% dei pagamenti di cittadini e imprese verso i Comuni avviene prevalentemente online. Oltre 7.000 Comuni (pari al 90% del totale) hanno aderito alla Piattaforma Digitale Nazionale Dati (PDND), e più di 4.500 sono pronti a inviare notifiche a valore legale tramite SEND. Sono numeri che testimoniano una trasformazione reale, non solo sulla carta. 

È tuttavia indispensabile leggere questi risultati con consapevolezza critica. La digitalizzazione non si riduce alla disponibilità tecnica di uno strumento: essa richiede che i processi amministrativi siano effettivamente innovati e semplificati. Solo il 38% dei Comuni dichiara che la digitalizzazione ha portato a una semplificazione totale dei propri processi; il 43% registra una semplificazione parziale; il 19% non ne vede ancora gli effetti. Il percorso è avviato, ma non compiuto, in quanto permangono ancora criticità significative: il divario digitale tra Nord e Sud del Paese, la frammentazione dei sistemi informativi comunali, le difficoltà di interoperabilità tra enti e la bassa propensione all’uso dei servizi digitali da parte di alcune fasce della popolazione. 

Un aspetto tutt’altro che secondario è legato alla sostenibilità finanziaria degli investimenti. Il progressivo passaggio al cloud (coerente con gli indirizzi europei e con i requisiti di cybersicurezza) sta trasformando la natura della spesa informatica: da spesa in conto capitale a spesa corrente. Le risorse PNRR, per le quali era stata prevista una deroga che classificava come investimento solo il primo anno di canone, non possono coprire il mantenimento pluriennale dei servizi. Ad oggi non esistono ancora soluzioni sistemiche che consentano agli enti locali di affrontare in modo strutturato questa transizione nei propri bilanci, con il rischio concreto di compromettere la continuità dei servizi appena avviati. 

In questo quadro così complesso, i Comuni possono comunque giocare un ruolo determinante nel concorrere al raggiungimento degli obiettivi del Digital decade policy programme 2030 attraverso una serie di azioni concrete.

Accompagnare la cittadinanza nell’utilizzo dei servizi digitali

Il coinvolgimento attivo dei cittadini non è un’azione accessoria: è condizione indispensabile affinché gli investimenti prodotti abbiano un impatto reale. I dati mostrano che quando i Comuni avviano campagne di comunicazione mirate sui servizi digitali disponibili, il loro utilizzo aumenta in misura direttamente proporzionale. Le esperienze dei Centri di facilitazione digitale e le iniziative di alfabetizzazione digitale devono essere sostenute e strutturate in modo permanente. 

Contribuire alla governance dei dati territoriali

I Comuni sono custodi di patrimoni informativi fondamentali (anagrafe, urbanistica, tributi, mobilità). La valorizzazione di tali dati, nel rispetto del GDPR e dei principi di open data, può alimentare politiche pubbliche più efficaci a tutti i livelli di governo. Occorre superare le resistenze dei fornitori privati all’interoperabilità, eliminare le storture che impongono ai Comuni di pagare l’accesso a basi dati pubbliche, incentivare una cultura della condivisione dei dati all’interno del sistema pubblico. 

In questo senso, ANCI auspica che il livello europeo, nazionale e comunale agiscano in modo coordinato, attraverso meccanismi stabili di co-programmazione, per garantire che gli obiettivi del decennio digitale non rimangano appannaggio delle sole grandi amministrazioni. 

Digitalizzare non significa soltanto trasferire online procedure esistenti, ma ripensare i servizi intorno ai bisogni dei cittadini. Come dovrebbero evolvere i servizi comunali e il rapporto tra cittadini e pubblica amministrazione locale per essere davvero più semplici, inclusivi e vicini alla vita quotidiana? 

ANCI condivide pienamente la premessa del quesito: la digitalizzazione non consiste nella mera trasposizione online di procedimenti concepiti per un’erogazione fisica. Essa richiede un ripensamento profondo dei processi, fondato sul paradigma del “citizen centred design” e sulla continua misurazione dell’impatto sui fruitori finali. 

L’evoluzione auspicata dei servizi comunali dovrebbe articolarsi su tre dimensioni prioritarie.

Semplicità procedurale e pluri-canalità

I servizi devono essere accessibili tanto attraverso canali digitali (portale web, app, piattaforme nazionali) quanto attraverso sportelli fisici potenziati, garantendo un’esperienza coerente indipendentemente dal canale scelto. La riduzione del numero di passaggi burocratici e l’integrazione delle banche dati devono eliminare la necessità per il cittadino di produrre informazioni già in possesso della pubblica amministrazione (principio “once only”). 

Inclusione digitale come priorità di sistema

L’accessibilità non può essere trattata come un requisito secondario. In questo, l’intelligenza artificiale può svolgere un ruolo abilitante, ad esempio attraverso assistenti virtuali multilingue e sistemi di supporto alla compilazione. 

Partecipazione civica e co-progettazione

Il rapporto tra Comuni e cittadini deve evolvere da una logica di erogazione unidirezionale a una di collaborazione attiva. Strumenti come le consultazioni online o di raccolta di feedback sui servizi consentono di orientare le scelte pubbliche sulla base di bisogni reali e verificati. 

ANCI ritiene che l’intelligenza artificiale potrebbe rappresentare, in questo contesto, una leva di trasformazione ad alto potenziale: può automatizzare risposte alle domande frequenti, aiutare a classificare le pratiche, semplificare il linguaggio dei provvedimenti. Tuttavia, il suo utilizzo deve essere governato da principi di trasparenza, non discriminazione e responsabilità istituzionale, in linea con l’AI Act europeo e con le linee guida nazionali in materia. 

Non è una scatola magica: è uno strumento, e come tutti gli strumenti dipende da chi lo usa e come. 

Dalle riflessioni di Antonella Galdi emerge con chiarezza un messaggio: la vera sfida della trasformazione digitale dei Comuni non è innanzitutto tecnologica, ma organizzativa, culturale e professionale. Le infrastrutture digitali, le piattaforme nazionali e gli investimenti del PNRR hanno creato condizioni favorevoli per accelerare il cambiamento, ma il loro valore dipenderà dalla capacità delle amministrazioni di sviluppare competenze, semplificare i processi e costruire modelli di collaborazione sempre più efficaci. 

I Comuni, in quanto istituzioni più vicine ai cittadini, sono chiamati a interpretare un ruolo strategico nella realizzazione degli obiettivi del decennio digitale europeo, trasformando l’innovazione in servizi più semplici, accessibili e inclusivi. Per riuscirci sarà fondamentale investire nelle persone, valorizzare il ruolo delle professionalità digitali, favorire la cooperazione tra enti e garantire la sostenibilità degli interventi nel lungo periodo. 

Solo attraverso una trasformazione che metta realmente al centro competenze, organizzazione e bisogni delle comunità sarà possibile costruire una Pubblica amministrazione capace di accompagnare cittadini e territori verso un futuro sempre più digitale, efficiente e vicino alle esigenze quotidiane. 

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